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9 Marzo 2010, 10:02 - Oro Colato |
Le ragioni di Napolitano
A spiegare l’ok dato al decreto proposto dal governo, è stato lo stesso presidente della Repubblica, rispondendo a due lettere, una a favore del decreto e l’altra contraria, che esprimono le due opinioni predominanti nell’opinione pubblica.
Queste le parole di Napolitano:
“Il problema da risolvere era, da qualche giorno, quello di garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici. Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista contestati dall’ufficio competente costituito presso la corte d’appello di Milano (…) La ’soluzione politica’, ovvero l’intesa tra gli schieramenti politici, avrebbe pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa, in un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti. E i tempi si erano a tal punto ristretti - dopo i già intervenuti pronunciamenti delle Corti di appello di Roma e Milano - che quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge”.
Ed entrando più nello specifico nel seguente passaggio, sottolineando come dall’opposizione non fosse pervenuta alcuna alternativa:
“Diversamente dalla bozza di decreto prospettatami dal Governo in un teso incontro giovedì sera, il testo successivamente elaborato dal Ministero dell’interno e dalla Presidenza del consiglio dei ministri non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità. Né si è indicata da nessuna parte politica quale altra soluzione - comunque inevitabilmente legislativa - potesse essere ancora più esente da vizi e dubbi di quella natura”.
Pd in imbarazzo tra i Radicali e Di Pietro
Proprio da questo ultimo passaggio del presidente della Repubblica si evince la vera natura dell’opposizione, ormai in balia dei Radicali e di Antonio Di Pietro, che non gli pare il vero di gridare al golpe, addirittura ipotizzando l’impeachment del capo dello Stato. Nessuna proposta, nessun dialogo, ma solo la volontà di proseguire il tentativo di sabotaggio delle elezioni, con le buone o con le cattive: probabile che i Radicali facciano ricorso al Consiglio di Stato contro un’eventuale decisione favorevole al centrodestra del Tar in Lombardia, mentre il centrosinistra e il popolo viola hanno già annunciato che scenderanno in piazza sabato contro il decreto interpretativo. Intanto, la Giunta regionale del Lazio ha approvato una delibera che dispone il ricorso alla Corte Costituzionale contro il Dl “salva liste”.
E in mezzo alla polemica, riesce sempre più difficile al segretario del Pd, Pierluigi Bersani, ma anche ad esponenti democratici di rilievo come Luciano Violante, prendere le distanze da alleati dallo scarso peso a livello di voti, ma sempre più ingombranti a livello politico (la Bonino, per esempio, è tornata a minacciare il ritiro dalle regionali).
“Gli elettori sono di fronte ad una scelta di campo tra un governo e un Pdl che risolvono le emergenze e una sinistra che sa solo insultare e criticare”, l’affondo del premier Silvio Berlusconi, che promette battaglia in campagna elettorale.
Per quanto riguarda, infine, le accuse di golpe alla maggioranza, occorrerebbe ricordare ai vari Di Pietro e Radicali, come ha scritto il direttore dell’Opinione Arturo Diaconale, che golpisti e prepotenti “non sono quelli che sollecitano il governo a risolvere il nodo politico nato dall’imperizia di alcuni e della malizia di altri”, ma sono proprio gli altri: “quelli che non avendo alcuna possibilità di ribaltare i tradizionali rapporti di forza”, cercano altre vie rispetto alle urne, sperando di “vincere con il trucco e con l’inganno a tavolino”.
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