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6 Marzo 2010, 09:03 - Oro Colato |
A me non piace il clima disfattista.
C’è chi usa i numeri della crisi per dire: avete visto dove ci hanno precipitato i Sindaci Pippo Guercio e Simona Vicari?
Non ne faccio una questione di schieramenti: vale per tutti che si lamentano della “situazione che abbiamo trovato” e vanno avanti così.
C’è chi gioisce se le cose a Cefalù vanno male perché è un altro buon argomento contro chi governa.
Non capisco perché a Cefalù bisogna sempre andare a caccia di un colpevole.
Le questioni andrebbero studiate, capite e affrontate guardando avanti, cioè alle possibilità di soluzione; mentre da noi si guarda indietro.
La domanda non è “cosa possiamo fare, come possiamo migliorare?”, ma “di chi è la colpa dello sfascio?”.
Il mestiere del giudice è diventato lo sport nazionale.
Prendo gli ultimi post, quelli sul nuovo strumento urbanistico: un problema da guardare “laicamente”, dati alla mano, in prospettiva, invece si prende spunto da impedimenti personali per attaccare questo o quello o attribuire colpe o dipingere apocalittici quadri generali.
Manca una parola nella Cefalù di oggi, ed è la parola fiducia.
Non c’è fiducia perché non ci si fida.
E se non ci si fida, non si può guardare al futuro con positività.
Gli imprenditori sono positivi per definizione, nessuno parte dal presupposto che la sua attività non renderà.
Ma senza fiducia c’è meno imprenditoria: pensiamo alle difficoltà di trasferire ai giovani la guida delle aziende.
Le famiglie fanno meno figli.
I rari genitori consigliano alla prole di non infilarsi in avventure troppo rischiose, meglio curare il proprio orticello: ecco i bamboccioni o l’assistenzialismo.
Nessuno (o pochi) comunica gli ideali e le convinzioni che sono in grado di sostenere il peso e le fatiche della vita, e che sono anche il bello della vita.
Non c’è fiducia perché manca un’educazione di popolo che aiuti le nuove generazioni a concepire il mondo come un bene.
Si è disposti a impegnarsi per cambiare le cose soltanto se si è convinti che le cose possono cambiare, che la realtà contiene un positivo.
Altrimenti non resta la rassegnazione che è tutt’uno col lamento.
E la caccia al colpevole.
Che tristezza.
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