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6 Febbraio 2010, 17:50 - Oro Colato |
Ma come parla Bersani? Dalle metafore “al prosciutto” alla difesa di Morgan
Una volta era quello che “tre prosciutti non ci vengono fuori da un maiale”, per spiegare la finanziaria.
Pierluigi Bersani, ex compagno delle campagne piacentine e superministro allo Sviluppo economico durante il Prodi bis - passato alla storia come ministro delle lenzuolate, ossia tra i più liberisti che abbia avuto il centrosinistra - non è estraneo alle metafore agricole.
Anzi, ha conquistato i Democrats, con quel suo linguaggio sano e colmo di riferimenti al mondo contadino, semplice e facile da intendere (tipo: “Voglio un partito che funzioni come una bocciofila“).
Ora che è segretario ha abbandonato le noci e i prosciutti, per un linguaggio più moderno.
Ma le sue uscite non sono sempre felici: giovedì 4, a caldo, ha difeso Morgan, escluso da Sanremo per la vicenda del crack, ma nessun politico lo segue. Anzi la sua uscita ha alimentato una campagna antiproibizionista, da destra.
Il problema, però, almeno secondo Raffaele Simone, studioso di linguistica e filosofia del linguaggio intervistato dal Fatto quotidiano, è un altro. E riguarda il modo di esprimersi di Bersani: disastroso.
Il giudizio di Simone (uno dei maggiori studiosi europei di linguistica e filosofia del linguaggio) è spietato: “Tralascio le doti politiche.
Ma quest’uomo ha un eloquio scoraggiante, primo perché ha una pronuncia molto locale, che può mettere a disagio chi non è delle sue parti.
Poi, ha un’oratoria ellittica, fondata su impressioni idiomatiche”.
Un’accusa al suo accento emiliano? Non solo.
“È anche piuttosto destrutturato. La sua capacità di aggregare pensieri e proposte è molto scarsa. Inoltre, l’abilità di dare didascalie efficaci agli eventi in corso, soprattutto in funzione di opposizione, mi pare bassissima. Questa capacità invece era molto forte in Franceschini, che come titolista era piuttosto bravo. Al più alto livello ce l’ha Di Pietro: è questo uno dei motivi del suo successo, l’abilità di condensare il succo e il tenore di ciò che sta accadendo“, prosegue il professore.
Dei proverbi bersaniani, comunque, le cronache sono piene: “Ma tu vuoi un tortello a misura di bocca“, fu il suo commento a un avversario politico parlando di conti pubblici.
O, come ricorda ancora il quotidiano di Travaglio e Padellaro, quella volta a Ballarò, quando si lanciò in questo splendido aforisma (che divenne presto un cult tra i democrats): “Penso che il consenso sia come una mela attaccata al ramo, che viene giù quando c’è un cestino nuovo che la prende su“.
Insomma, un linguaggio “fatto di uova e galline, carri e buoi, tortelli a misura di bocca, frumento, mele e noci da rompere.
Convinto che così il messaggio arrivi prima”, ha provato a spiegare Giorgio Meletti sul Corriere della sera lo scorso anno, quando era in auge il “bersanismo” tra i Democrats (che poi lo hanno incoronato segretario alle primarie dello scorso ottobre).
Allora, seguendo l’analisi del Fatto, che per bersagliare il segretario del maggior partito del centrosinistra ha scelto la voce di un esperto, anche stavolta il Pd ha sbagliato leader?
Eppure, alle regionali di fine marzo Bersani ha promesso che in caso di sconfitta non si dimetterà, come invece ha fatto Walter Veltorni dopo la batosta dello scorso anno , quando la Sardegna, feudo di Renato Soru, fu espugnata dal centrodestra, che incoronò Ugo Cappellacci.
La persona sbagliata per il posto che ricopre?
“Per la verità, il punto è anche: esiste una persona giusta da mettere in quel posto? Temo di no”, la risposta di Simone: netta e implacabile.
Che poi serva al Fatto Quotidiano (giornale che sotto sotto tifa per l’accoppiata Di Pietro - De Magistris) per anticipare l’inesorabile declino del Pd o dare l’ennesima spallata al centrosinistra, è un’altra questione…
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