Informare per resistere


ritratto di Castrense Dadò

Riporto questo articolo di Pietro Orsatti tratto da facebook: "Informare per resistere"
di Piero Orsatti
Palermo
Dell’Utri di nuovo alla sbarra. Intanto Ciancimino parla e sostiene che la trattativa con lo Stato sarebbe cominciata prima delle stragi. E che l’ex leader di Publitalia avrebbe saputo: una sorta di exit strategy dalla fase armata di Cosa nostra
Non è ancora un clima da resa dei conti ma poco ci manca. Dopo una settimana di polemiche durissime, e l’attacco dei giornali legati al premier nei confronti della Procura di Palermo e in particolare dei due pm Ingroia e Scarpinato rei di aver partecipato, senza intervenire, alla presentazione del quotidiano Il Fatto, l’attività è ricominciata come da calendario. Ma l’atmosfera non è certo quella che ci si aspetterebbe dopo le ferie estive. L’attacco di Berlusconi alle procure e in particolare a Palermo, un attacco preventivo visto che nel palazzo di giustizia del capoluogo siciliano non c’è alcun fascicolo che riguardi il presidente del Consiglio associandolo direttamente alla vicenda delle stragi del ’92 e del ’93, ha scosso ovviamente l’ambiente ma a dire il vero non ha stupito più di tanto. Perché qualcosa doveva accadere vista la complessità e l’importanza di due processi attualmente in corso. Quello di secondo grado a Marcello Dell’Utri e quello al generale Mario Mori.
Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del pentito Gaspare Spatuzza in relazione alle stragi sono di competenza della procura di Caltanissetta. Nel primo giorno dopo le ferie, il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia ricorda che il pentito di mafia Gaspare Spatuzza negli ultimi tempi sta facendo nuove rivelazioni «sull’uccisione di padre Pino Puglisi e altri fatti di sangue, ma tutto quello che dice dei fatti stragisti non è di nostra competenza, come ha detto il procuratore di Palermo nei giorni scorsi». E poi, intervenendo sull’attualità della macchina della giustizia, smonta l’accusa di “archeologia giudiziaria” che gli è stata rivolta. «Benché ci siano state, da parte del governo, assunzioni di impegni, basti pensare all’inasprimento del carcere duro, non penso che si possa negare che i tagli di bilancio del comparto giustizia e sicurezza non abbiano aiutato la lotta alla mafia – ha spiegato, infatti, il procuratore aggiunto -. Polizia e carabinieri, così come i magistrati non hanno i mezzi e gli strumenti all’altezza della sfida. È vero che ci sono stati molti successi e sono stati inferti colpi durissimi a Cosa nostra, ma la mafia non è ancora in ginocchio». Tutt’altro tema, tutt’altra inchiesta, quindi. E allora perché l’attacco? È nei corridoi della procura dove si ipotizza che si stia assistendo a una sorta di ricatto di Dell’Utri nei confronti di Berlusconi. Il senatore del Pdl già condannato in primo grado a nove anni per associazione esterna è in difficoltà, ha paura che l’appello vada male, e questo sarebbe il suo modo di ricompattare gli amici più potenti.

Tutto qui? Non tanto. Perché la situazione è molto più complessa. Perché sia Ciancimino che Spatuzza parlano anche di altro, raccontano della “trattativa” fra pezzi dello Stato e Cosa nostra a cavallo delle stragi e poi anche del potente ex capo di Publitalia (ne avrebbe parlato Ciancimino a più riprese) Marcello Dell’Utri. E poi ci sarebbe anche la “ricomparsa” di una relazione della Dia del 1999 che parla di legami tra imprenditori mafiosi e un’azienda (la Co.Ge costruzioni) in cui compaiono due soci, Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e Giorgio Mori, fratello di quel generale Mori ex capo del Ros e poi del Sisde e oggi a capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma. Questo documento della Dia ritorna oggi di attualità come il procedimento contenitore “Sistemi criminali” archiviato in passato dai pm Ingroia e Roberto Scarpinato sugli intrecci fra affari, criminalità e massoneria.
(.......) Lo stesso Ciancimino avrebbe fatto capire che anche Marcello Dell’Utri sarebbe stato quanto meno a conoscenza di questa trattativa, una sorta di pax di affari, una exit strategy dalla fase stragista condotta dall’ala armata di Cosa nostra guidata da Riina e Bagarella.

Si rischia di fare scenari fantascientifici o di cadere in qualche trappola cercando di mettere insieme tutti questi frammenti. Di certo c’è che Ciancimino parla e che Spatuzza svela uno scenario, quello militare di Cosa nostra agli inizi degli anni 90, che rimette in discussione tutto l’insieme delle verità processuali acquisite finora. E si apre anche un quadro inquietante non solo sugli intrecci che erano dietro le stragi e la trattativa, sulle presunte deviazioni di alcuni apparati dello Stato, ma anche sulla fretta di ottenere subito risultati dopo che il tritolo aveva ucciso Falcone e Borsellino. Anche di questo Spatuzza parlerebbe. (.....)
Si parla della testimonianza, e della morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia che nel 1995 era in grado di far catturare a Mezzojuso Bernardo Provenzano nel corso di un summit di capi mafia, ma che (questa l’accusa del processo a parte dei Ros siciliani dell’epoca) per un inspiegabile non intervento degli uomini del generale Mario Mori non andò in porto. Dopo più di un decennio il malumore e le tante perplessità su come vennero condotte le indagini negli anni successivi alle stragi oggi riemergono prepotentemente. E il disagio poi si amplifica, soprattutto all’interno della polizia di Stato, a causa dei tagli economici, delle sempre minori risorse anche sul piano formativo.

(.....) La chiusura dell’appello a Dell’Utri da un lato, il processo Mori dall’altro. E poi le nuove dichiarazioni di Ciancimino sui “piccioli” e sulle “collaborazioni” fra boss e pezzi dello Stato. E ancora l’ombra dei servizi e della massoneria e i tanti affari che, dopo un breve periodo di rallentamento successivo alle stragi, sarebbero ripresi come se nulla fosse successo. E poi l’attacco, che in molti si aspettavano, alle procure. Ma che ha stupito perché così specifico su Palermo. Come se qualcuno temesse che con l’arrivo di una condanna a Dell’Utri poi si andasse a una nuova e ancora più devastante stagione di rivelazioni.

fonte: http://www.orsatti.info/archives/1802
Invito tutti gli utenti di questo blog alla riflessione e alla discussione!!
Cordialità
Castrense Dadò

Commenti

Berlusconi è stato indagato per ben otto anni

Berlusconi è stato indagato per ben otto anni prima dal tribunale di Firenze e poi da quello di Caltanisetta, come mandante delle stragi di Mafia. Dopo otto anni di inutili inchieste tutto è stato archivito perchè gli indizii erano inconsistenti.

Oggi, quando per nuove testimonianze di pentiti viene a galla la forte impressione che quindici anni di indagini su quelle stragi siano stati sprecati e che non abbiano prodotto verità utili e definitive, ecco che sui giornali tornano i sospetti e i veleni contro berlusconi stragista di mafia. Peggio, molto peggio di quello che si imputava a Giulio Andreotti.

Allora, per chiarire: ci sono stati giudici che hanno speso otto anni e risorse ingenti appresso alla tesi che Berlusconi fosse uno stragista; e altri giudici che per 15 anni si sono dedicati agli omicidi di Falcone e Borsellino senza giungere a nulla di concreto. Oggi si vuole ricominciare da capo a mettere in mezzo Berlusconi e Dell'Utri. Se a qualcuno viene il dubbio che non si tratti di una operazione ispirata dalla "ricerca della verità" si può concedere che il dubbio sia legittimo.

Fini invece sostiene: "Mai, mai, mai dare l'impressione di non avere a cuore la legalità e la verità. Sono convinto quanto voi dell'accanimento giudiziario contro Berlusconi, ma non dobbiamo lasciare nemmeno il minimo sospetto sulla volontà del Pdl di accertare la verità sulle stragi di mafia. Se ci sono elementi nuovi, santo cielo se si devono riaprire le indagini, anche dopo 14-15 anni!"

Forse se uno ha a cuore la verità e la legalità e pretende davvero che si scoprano i veri mandanti delle stragi, ha invece proprio il dovere di segnalare che la riapertura dei dossier sulla nascita di Forza Italia e sulle responsabilità di Berlusconi rischiano di rappresentare un nuovo fallimento della giustizia, un attentato all'immagine del premier e una copertura all'oggettivo fallimento di chi ha indagato fino a oggi.

Lo vorremmo segnalare anche al ministro della giustizia Angelino Alfano che ha Gubbio ha sostenuto: "siamo convinti che nessuno abbia intenzione di inseguire disegni politici, ma solo un disegno di verità". Ecco, caro Ministro, noi non ne siamo proprio del tutto convinti.

fai bene...complimenti...vai avanti...

Ciao,
fai bene secondo me a pubblicare queste notizie che svergognano un modo di fare e di pensare che è solito di chi è al potere adesso...credimi io ti seguo da un po e penso che anche molti anche se in silenzio ti seguono...almeno con i tuoi interventi riequilibri i commenti su donlappanio ed anche se a volte ti fanno inc...avolare passa dritto...can che abbaia non morde...
ciao saluti
Tempesta37

Golpe latente

Gaspare Spatuzza, “pentito di mafia” e Giampaolo Tarantini possono far cadere il governo?
Secondo Repubblica e il Corriere evidentemente sì, tanto che dei verbali dei due – l’uno “pentito” a Palermo, l’altro torrenziale imputato a Bari – fanno l’asse portante di una evidente strategia che punta alle dimissioni di Berlusconi. Strategia non nuova, che però ha un piccolo difetto: è già passato il 25 luglio, è già passato l’otto settembre – due date evocate dal mondo che sta dietro le due testate – e la storia non si è ripetuta. E’ solo successo che la farsa si è sostituita al dramma.

Senza fantasia infatti, questa manovra destabilizzatrice verso Berlusconi ha sempre lo stesso ispiratore – D’Alema – sempre la stessa dinamica da corrida – infiacchire, ferire, devastare la persona del premier per poi “matarlo”, sempre gli stessi comprimari (De Benedetti e la galassia proprietaria del Corriere), sempre lo stesso ruolo principe affidato da una magistratura militante che pretende di governare la politica, ma non ha più possibilità di successo. Oggi, a differenza del 1994-95, mancano infatti due elementi perché l’eliminazione di Berlusconi per via giudiziaria possa avere successo: la complicità ai limiti dell’eversione costituzionale del Capo dello Stato e un’opposizione forte.

Delle accuse basate sui verbali di Tarantini al premier si sa tutto e non tediamo quindi il lettore con l’elenco – con accluse fotografie – delle stupende donne che sarebbero transitate per via del Plebiscito (una visione che suscita negli elettori se li conosciamo bene – più invidia che riprovazione). L’unica cosa che sempre più è chiara è che Berlusconi non è minimamente sospettato di avere compiuto dei reati. Più interessanti –perché ormai oltre il delirio – sono le ipotesi di reato contro Berlusconi su cui – si dice e lo dice lo stesso Berlusconi – starebbero lavorando le procure di Palermo e Milano.

In sostanza, secondo la versione di tale Gaspare Spatuzza, le stragi di via Amelio in cui morì il giudice Borsellino e anche quella dei Georgofili del ’93, furono conseguenza di un mancato accordo tra mafia e “politica”. Lo stato comatoso della giustizia italiana e il protagonismo politico delle due Procure è tale che i magistrati non rispettano due principi fondamentali: è indecente dare credito ad un “pentito” dopo ben 17 anni dai fatti; e se lo si fa si ha una concezione intollerabile delle indagini giudiziarie. E’ poi ancora più indecente non tener conto del fatto che nel periodo in esame – se mai “trattativa tra mafia e politica” vi fu – questa non fu certamente condotta né da Berlusconi né da Dell’Utri che a tutto pensavano, tranne che alla discesa in campo. Vi è poi una terza indecenza implicita in questa inchiesta ed è il “mascariamento” che tocca non solo Berlusconi, ma anche Nicola Mancino e il generale Mori, che di quella oscura trattativa sono in egual misura accusati.

Ma – anche – in questo mascariamento vi è la ragione di una delle principali debolezze della strategia destabilizzante – e per converso della forza di Berlusconi – perché Giorgio Napolitano è uomo d’onore e oltre a non aver nessuna intenzione di favorire – come Oscar Luigi Scalfaro – quei complotti di palazzo che portarono alla caduta Berlusconi nel 1995, non ha nessuna intenzione di lasciar massacrare due galantuomini come Mancino e Mori solo per favorire i “teoremi” dei magistrati e il loro dalemiano impiego in politica.

Ma quel che più non convince nelle tesi catastrofiste, negli scenari da “fine impero romano d’oriente” che D’Alema prefigura (dando prova di immensa ignoranza, perché quella fu una caduta grandiosa, senza intrighi, senza escort e con l’imperatore eroicamente ucciso con le armi in mano) è l’assoluta mancanza del ruolo dell’opposizione.

Magistratura e giornali molto possono, ma non agire dentro il Palazzo. Nel 1994 l’opposizione era forte e tosta, non era ancora schifata da sé stessa, e aveva ancora grande capacità d’attrazione nei confronti di larga parte del mondo imprenditoriale. D’Alema poté così capitalizzare le manovre della magistratura e dei giornali e separare Bossi da Berlusconi, segnando la fine del governo.

Oggi, invece, come nota acutamente Panebianco sul Corriere, l’opposizione è semplicemente “inesistente”, non solo, lo stesso D’Alema è sull’orlo del baratro e rischia di morire della stessa arma giudiziaria che sino ad oggi a maneggiato incautamente contro Berlusconi. L’inchiesta di Bari, infatti tocca tutto il gruppo di potere dalemiano in Puglia, getta schizzi di fango su tutti i fiduciari personali di D’Alema e soprattutto vede un Pd tragicamente diviso al suo interno proprio a Bari.

Il sindaco Emiliano, infatti – ex procuratore a Bari – da sostenitore di D’Alema è diventato suo principale antagonista nella città e nella regione e quindi i colpi delle rivelazioni di Tarantini sui dalemiani pugliesi – che usavano le escort non come le avrebbe usate Berlusconi “agratis”, ma pagandole con contratti Asl allo stesso Tarantini – non trovano un partito locale compatto a farvi argine, ma un gruppo dirigente locale del Pd dilaniato, per di più col principale avversario di D’Alema con eccellenti relazioni personali con la Procura.

Ben più di una caduta o una crisi del governo Berlusconi, sarebbe bene dunque che i giornali si occupassero di un ben strano fenomeno: Emiliano è l’ultimo tra i più stretti supporter di D’Alema ad essere trattato a pesci in faccia dal lìder maximo e da lui – di fatto – costretto all’inimicizia. L’elenco è lungo negli anni e di impressionante forza: Bassolino, Zani, Folena, Minniti sono i quattro generali che D’Alema ha sobillato contro sé stesso, e a loro si possono aggiungere anche gli sherpa, Finocchiaro, Soda e Sabatini che hanno fatto la stessa fine (o sono da D’Alema addirittura eliminati dalla scena politica). Velardi e Rondolino hanno avuto percorsi diversi (hanno preferito gloriose carriere “sul mercato”) ma crisi nel rapporto con D’Alema assolutamente simili.

I fiduciosi cultori del “25 luglio” prossimo venturo, però, non si limitano a applaudire alle Procure, contano anche molto sul disgregamento interno del Pdl e vedono negli attriti tra Berlusconi e Fini la vera battaglia tra Gog e Magog, segnale certo dell’Apocalisse di Arcore.

Ma di nuovo sbagliano. Lo scontro – al calor bianco – tra i due fondatori del Pdl è tutto e solo sui contenuti, non sulle poltrone ed è quindi chiarissimo per gli elettori, come per i militanti (e dovrebbe esserlo anche per gli avversari). Non c’è la riproposizione del clima malmostoso del 2001-2006, delle crisi sotterranee e dei colpi sotto la cintura che ebbero in Follini un eccellente regista (alla Jago). Ci sono idee radicalmente diverse, non sul partito, non sulle cariche, non sulle candidature, non sul sottogoverno, ma su temi dilanianti come l’immigrazione e la bioetica.

Fini ha aperto, con coraggio, una battaglia politica chiarissima su posizioni divergenti da quelle di Berlusconi (o dei berlusconiani) e della Lega. Dinamica dura ma apertissima, il cuore della politica. Antidoto ad una crisi della maggioranza e non certo virus.

Se Franceschini e Bersani avessero il coraggio di ripetere questo scontro (sempre latente, sempre sopito, su questi come su altri temi) dentro il Pd, ora che chiedono al loro popolo di essere scelti, l’opposizione ne guadagnerebbe immensamente ed “esisterebbe”.
Ma purtroppo non lo faranno mai.

Gentile Oro Colato,vedo che

Gentile Oro Colato,
vedo che non la smette di copiare... o forse copiano Lei?

1° commento:
http://www.loccidentale.it/articolo/berlusconi,+le+stragi+di+mafia+e+la+ricerca+della+verità.0077971

2°commento:
http://www.loccidentale.it/articolo/non+saranno+le+stragi+di+mafia+né+le+escort+di+bari+a+far+cadere+il+cav..0077879

Complimenti.

Ciò che importa é.....................

informare .... informare .... informare.......................
INFORMARE .................. PER RESISTERE

Sono assolutamente d'accordo

Sono assolutamente d'accordo con Fini: "Mai, mai, mai dare l'impressione di non avere a cuore la legalità e la verità. Sono convinto quanto voi dell'accanimento giudiziario contro Berlusconi, ma non dobbiamo lasciare nemmeno il minimo sospetto sulla volontà del Pdl di accertare la verità sulle stragi di mafia. Se ci sono elementi nuovi, santo cielo se si devono riaprire le indagini, anche dopo 14-15 anni!" Tranne nella parte in cui parla di accanimento giudiziario verso Berlusconi.........ovviamente!!
Vogliamo la verità!!
In ogni caso, ricorda che sulla testa di Dell'Utri pende una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa....sebbene non definitiva!!
Poi caro oro colato, quelle dichiarazioni del Nano sulle stragi del 92 e del 93 mi puzzano tremendamente!!
Cordialità
Castrense Dadò

Continuiamo ad informare

Adesso si scopre che Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore non era mafioso quando salì nei fienili di villa Berlusconi a occuparsi di cavalli, cani, bestie insomma.
La sua affiliazione a Cosa Nostra (...) (...) risale al 1975, è ufficiale, mentre l’erede di Pippo Calò per l’immaginaria di certa antimafia era a villa Arcore nella Pasqua del 1974.
Quindi un anno prima.
Sì è vero, ci perdonino i lettori se parliamo di stalle e altre ammennicoli rurali paramafiosi risalenti a 35 anni fa, quando metà di loro nemmeno era nato, ma il processo d’Appello contro Marcello Dell’Utri a Palermo con l’accusa di mafia scandaglia queste cose.
Alla ricerca del filo d’onore del senatore azzurro che aiutò Berlusconi a fondare Forza Italia.
Cavalli e Cavalieri Ieri il procuratore generale di Palermo Antonino Gatto ha provato nella sua requisitoria a convincere i giudici che «Vittorio Mangano fu assunto nella tenuta di Arcore di Silvio Berlusconi per coltivare interessi diversi da quelli per cui ufficialmente fu chiamato in Brianza. Di cavalli Mangano non sapeva nulla».
E infatti non è cosa quotidiana che un mafioso di un certo livello abbandoni la sua terra, il territorio che militarmente controlla per salire su al nord.
Ora, Mangano all’epoca mafioso non era, magari vicino, amico degli amici.

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